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lunedì, 5 marzo 2007

I viaggi del Leone Accappatoio #1

C’era una volta un leone che assomigliava tanto a un cane ed era ghiotto di ciliegie.

Il fatto che questo leone assomigliasse tanto a un cane aveva indotto una famiglia di umani a scambiarlo per un cucciolo di Labrador e a prenderlo con sé; lo aveva rinchiuso in casa e i bambini gli avevano preparato un’enorme cuccia dentro una grande vasca da bagno, vicino alla quale erano appesi tantissimi accappatoi, con cui lui, durante le buie e fredde notti, era solito giocare, per sentirsi meno solo. Per questo, essendo un leone senza nome, aveva deciso di chiamarsi "Accappatoio". Quando poi la famiglia di umani si era accorta che Accappatoio era un leone e non un cane lo aveva cacciato, lasciandolo libero. E, dopo numerosi viaggi, si era sistemato in una zona piuttosto tranquilla, al centro di un bosco di abeti.

Ogni giorno Accappatoio trotterellava in questo bosco di abeti.
Una mattina di marzo, trotterellando, scorse un albero diverso dal solito. "Mah" – pensò, e si diresse verso quella macchia rosso-verde che aveva visto in lontananza. Che stupore lo colse, quando scoprì che quell’albero era un ciliegio carico di ciliegie!
Subito si mise a saltare per raccoglierne e mangiarne a più non posso. Da quel giorno Accappatoio sarebbe stato per sempre felice.

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martedì, 19 dicembre 2006

7.
D’abbuffata o intossicato, morì, Gatto. Fu trovato morto pochi giorni dopo da Foma Dvornikov, lo spazzacamino dell’acciaieria KMK07. Era riverso a terra, la pancia gonfia e l’aria soddisfatta. All’altezza dello stomaco, però, aveva delle strane protuberanze… Forse i vestiti dei topini gli erano rimasti un po’ indigesti, chissà. La sua vita di gatto curioso era finita curiosamente e i gatti come Gatto ne sono e ne saranno sempre fieri; c’è un monumento, oggi, nel Paese dei Gatti Tigrati, intitolato proprio a lui. La targa, sotto la sua statua, recita così: "Gatto".

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domenica, 17 dicembre 2006

6.
Gli parve troppo breve il tratto che percorse. Quasi subito fu a terra, in una stanza buissima. Sentì dei rumori, delle voci, dei suoni metallici, delle musiche: sentì di tutto. A un certo punto un fruscìo vicino.
Era un topino vestito da renna. Gatto, al buio, non si accorse del vestito ma ne avvertì l’odore, così in un sol boccone lo divorò: aveva una fame!
Subito dopo un altro fruscìo: era un topino vestito da San Sebastiano, con tanto di frecce conficcate nel petto. Gatto mangiò subito anche lui. Al terzo fruscìo Gatto pensò: "Ma qui è pieno di topini! Ma miao!", e infatti anche questo era un altro bocconcino squisitissimo. Ne mangiò in tutto nove, tutti vestiti strani e tutti bellini paffuti e dolci.

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sabato, 16 dicembre 2006

5.
Passarono in tutto millenovecentoquarantacinque macchine. Gatto non riuscì a vedere chi le guidasse, quanti fossero i passeggeri, sentiva solo il rumore, e contava. Passarono tutte insieme, velocemente. Dopo l’ultima macchina, Gatto tornò sulla strada per vederle sfilare lungo la lunga discesa. Erano tutte dirette verso quel grande edificio dalle pareti arancioni e il tetto rosso. Passò un tappeto volante, ci saltò su e disse: "Sul tetto di quell’edificio!".
Il tappeto volante obbedì e, in pochi secondi, lo portò a destinazione.
Essendo analfabeta, Gatto non poté leggere la grande insegna luminosa fissata sul tetto, ma il colore gli piaceva: era di un rosso color ciccia, gli ricordava tanto le bistecche di Gattony O’ Tiger, il ristorante più cool del Paese dei Gatti tigrati. Vicino a lui c’era un camino e un vestito da Gatto Natale. Lo indossò e si calò giù.

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venerdì, 15 dicembre 2006

4.
Gatto pensò che fosse meglio non pensarci più. Si mise a correre forte, per arrivare prima in cima e vedere il panorama da lassù. Giunse alla mèta, chiuse gli occhi. Si mise a sedere. Arriciolò la coda intorno alle zampe. Voleva riprendere fiato, dopo tanta fatica e poi guardare, quando si sentiva pronto. Ma si addormentò. Proprio nel mezzo alla strada, dove si era seduto. Non si era accorto di essere così stanco, e invece era. Quando si svegliò non si rese subito conto di quel che era successo, ma tanto non era successo niente. Era l’alba.
Gatto vide davanti a sé una lunghissima discesa, più lunga della salita che aveva fatto, che terminava con il cancello di un grosso edificio dalle pareti arancioni e il tetto rosso. Sentì una macchina, no due, tre, quattro, avvicinarsi, e andò a nascondersi dietro il guard-rail.

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giovedì, 14 dicembre 2006

3.
Gatto s’insospettì, perché non ricordava che Zorro fosse solito utilizzare l’espressione "Kansas Kansas" per salutare. Non fece in tempo ad aprire bocca per chiedergli spiegazioni, quando un enorme starnuto gli partì dallo stomaco per uscire rumorosissimamente dal naso: "Eccì!".
Il pollo Zorro travestito da Zorro, che era allergico agli starnuti di gatto, si sentì subito strano. Morì in pochi secondi. Prima cadde la sua spada finta, poi cadde lui, a pancia in su. Per Gatto fu una vera fortuna, perché si accorse che era un pollo e subito scappò, prima di fare un secondo starnuto che avrebbe potuto essergli letale. Mancava poco alla fine di quella lunga salita.
In cielo la luna còcca, di stelle nemmeno una.

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mercoledì, 13 dicembre 2006

2.
Gatto aspettò che il sole si andasse a nascondere dietro il Monte Mugginoso, il monte più alto che Gatto conoscesse (in effetti era il monte più alto del mondo, ai tempi di Gatto). Appena l’aria si fece più fresca, Gatto riprese a saltellare lungo la strada in salita. Era quasi arrivato in cima, quando spuntò un pollo travestito da Zorro, balzando da dietro il guard-rail.
Gatto esclamò: "Zorro!"
Il pollo travestito da Zorro, che si chiamava Zorro, agitò la sua spada finta per aria e disse: "Kansas Kansas".

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martedì, 12 dicembre 2006

1.
C’era una volta un gatto che si chiamava Gatto, viveva nel Paese dei Gatti Tigrati anche se non era tigrato, era ghiottissimo di lupini e allergico al pollo.
Un giorno Gatto s’incamminò verso una strada del Paese dei Gatti Tigrati che non aveva mai percorso. Questa strada era in salita, così lui, cammina e salta, salta e cammina, dopo un paio di chilometri si stancò. Decise di riposarsi all’ombra di un grosso cespuglio. Il sole era alto nel cielo e di nuvole nemmeno una.